Alda Merini: tra corpo poetico e poesia corporale

merini

Il primo novembre 2009 moriva la poetessa milanese Alda Merini. A distanza di cinque anni e qualche giorno, ancora non si conosce l’esatta quantità della sua produzione poetica, caratterizzata dallo stesso disordine che aveva regnato incontrastato nella usa vita. Ancora molti sono gli inediti da pubblicare, sparsi tra i confidenti cui la poetessa recitava, anche telefonicamente, i suoi versi. E questo particolare modus operandi alla base del suo fare o meglio creare poesia rende il lavoro editoriale particolarmente difficile, soprattutto per quanto riguarda la fase di raccolta dei versi. Nel 2015 uscirà per l’editore veronese Scripta una nuova raccolta di inediti (ne ha scritto anche Vito Mancuso su Repubblica): la prefazione è di Roberto Fattore e il commento al testo di Luca Bragaja, mentre racconto e parole sono affidate all’amica Marisa Tumicelli e a don Marco Campedelli. 

marco 2Don Marco Campedelli, dalla poetessa bonariamente chiamato “don Chiodo”, era tra gli interlocutori privilegiati della Merini. Al prete e mastro burattinaio veronese la poetessa recitava i suoi versi nel corso delle visite alla casa di Ripa di Porta Ticinese oppure al telefono in tutti gli altri momenti.
Per il poeta orfico come la Merini, la poesia non è pensata, elaborata e limata, ma si scatena d’improvviso, ed esplode con la stessa violenza ma anche lo stesso doloroso amore di una gravidanza inattesa. Ed è per questo che il telefono di don Campedelli poteva squillare ad ogni ora del giorno e della notte.

In conclusione della tesi di laurea, dedicata al tema del linguaggio e della presenza del corpo e della corporeità nella poesia di Alda Merini, ho avuto una bellissima conversazione proprio con don Marco Campedelli. Abbiamo parlato del suo rapporto con la poetessa, e di quella straordinaria fonte di vita e poesia che era il suo corpo, capace pur nella sua grossezza di sprigionare una fisicità inquieta e terribilmente femminile.

 

 

Don Marco Campedelli, veronese, allievo del grande maestro di teatro Nino Pozzo, è parroco della parrocchia di San Nicolò all’Arena e insegnante di religione al Liceo Classico Scipione Maffei. Ha studiato presso lo studio teologico San Zeno di Verona e ha ottenuto il dottorato presso l’Istituto di liturgia pastorale di Santa Giustina in Padova.

Don Marco Campedelli ha conosciuto Alda Merini nel 1999, in occasione di un convegno tenutosi a Milano, dove le fu presentata da un amico. Da allora è iniziata una profonda amicizia, da Don Marco Campedelli sempre considerata «un grandissimo dono», fatta di lunghe telefonate, alternate a frequenti visite alla poetessa presso la sua casa  in Ripa di Porta Ticinese 47. Il legame tra i due si è negli anni consolidato al punto che Don Chiodo, come la Merini l’aveva soprannominato, è divenuto uno degli interlocutori privilegiati della poetessa, che per molti anni gli ha dettato poesie al telefono.

Con lui abbiamo conversato sulla Merini ed in particolare sul rapporto tra corpo e poesia nella poetessa.

 

RA   La Merini  comunicava  col suo corpo, con la sua presenza anche ingombrante…

parete-alda-meriniMC  Era una donna che aveva una fisicità incredibile. La Merini era  una donna fisicamente provata, la sua bellezza era un po’ sciupata, e tuttavia aveva mantenuto la sua dimensione erotica; la sua seduzione, la sua passionalità erano straordinarie. Mi viene in mente il duende di García Lorca. Presa dal duende si trasformava. Era seducente non per la sua bellezza, ma c’era una dimensione nella sua intelligenza, nel suo pensiero, una dimensione proprio posseduta dalla forza della poesia. Era travolgente,  un asse magnetico. La Merini tutto quello che percepiva lo faceva passare dal proprio corpo, la sua poesia era profondamente influenzata dalla metamorfosi di questo, lei beveva, mangiava qualcosa, il gusto salato, dolce, acre, producevano in lei parole dolci, salate. Veramente la poesia della Merini aveva un corpo, era come se lei traducesse nelle parole le esperienze fisiche che faceva. Aveva questo transfert dal corpo alla parola. Poi aveva anche una voce vissuta, resa più roca dall’uso sconsiderato delle sigarette, questa voce maschile come diceva Pasolini, che sembrava venire da molto lontano. La voce era la dimensione corporea della sua poesia, non è un caso che negli ultimi anni abbia vissuto la poesia oracolare, dove non esisteva più la scrittura, ma era il suo corpo che parlava.

 

RA    Lei amava il suo corpo, si truccava, col rossetto, non ha mai perso questa carica, nonostante i ricoveri….

meriniMC   Era una donna da un lato timida e castigata, come dentro un involucro, e dall’altro era la farfalla, il bozzolo e la farfalla. Poi il suo corpo era stato un corpo che si era molte volte scontrato col dolore, lo dice chiaramente nella Terra Santa. Spesso era stata legata ai polsi. Se ti avvicinavi si ritraeva, aveva paura del contatto fisico. Però era stata troppo profanata nel corpo. Le fotografie anche un po’ discusse che si era fatta fare, come la foto col seno fuori, insomma, è stata criticatissima, ma con quella foto voleva  dire. “Il mio corpo è più di quello che vedete, un manifesto contro tutti coloro che opprimono i corpi.” Ha voluto fare un gesto dei suoi, anche sopra le righe. Oscillava tra questa provocazione costante e questo pudore profondo per il suo corpo. La cosa straordinaria era che tu la vedevi apparentemente trascurata, poi si metteva un cappello, una sciarpa di seta, e sembrava una regina splendida. La vidi pochi giorni prima della morte, il suo corpo era molto ridotto, la malattia l’aveva molto ridotta, però aveva gli occhi che erano come due crateri, i suoi occhi erano perfettamente gli stessi. Mi disse: “Don Chiodo ci siamo voluti tanto bene. Sai, qualche volta ci penso che il tuo Principale mi tenda uno scherzo, non vorrei mai arrivare e trovare nel Paradiso il cartello “Vietato fumare” ”. Mantenne sempre l’ironia.

 

RA    Il suo era un  corpo in continuo movimento e metamorfosi, senza limiti, confini…

alda-meriniMC    Si spostava con la sua immaginazione ovunque. Le chiesi una volta di dirmi il suo ricordo di Turoldo, e lei mi dettò un ricordo molto bello in cui  parlava un po’ anche di se stessa, perché dice: «Davide era un uomo così poliedrico, così introvabile e così presente. Aveva materialmente il dono dell’ubiquità, non nel senso che fosse presente in ogni casa, ma quando dimorava nel cuore dei suoi amici, dimorava per sempre, un po’ come Dio. Non era un appassionato di credi che poi non esercitava nel mondo. Era un uomo quasi costretto a prendere la materia della vita e farne un canto». La Merini era eccentrica, era in tutto una persona fuori dalle righe, anche nella sua capacità di guardare il mondo da una posizione in cui non si lasciava intrappolare dai pregiudizi. Lei non aveva mezze misure, era un uragano in piena, uno tsunami della poesia, portava via tutto quello che trovava.  Stare intorno al suo pianeta voleva dire bruciarsi continuamente le mani e gli occhi. Per me è stato un grandissimo dono la sua amicizia.

 

foto 1Guardiamo una stampa: la Merini stesa a letto, ripresa di lato, gli occhi fissi nell’obiettivo, e la sigaretta accesa. La dedica: “A Don Chiodo, questi occhi ti perseguiteranno sempre e saranno il tuo Dio”.

MC   C’era qualcosa di profetico in questo sguardo, c’èra lo sguardo di tutti,  l’umanità di Pierre, l’umanità di Tano, l’umanità di tutti quelli che lei ha conosciuto, tutta la gente dei Navigli. Negli occhi della Marini tu potevi vedere anche tutto il suo paesaggio interiore, il suo mondo, i suoi personaggi, le trame delle sue storie.

RA   Era una donna capace di innamorarsi facilmente. Forse anche per ciò che ha vissuto e subito…

MC  Era una donna in perenne innamoramento, della vita, delle persone. Certamente lei ha conosciuto l’inferno, l’orribile. Ha perso tutto. Ha avuto la straordinaria capacità di rimanere attaccata ad uno stelo, ed è rimasta sempre lì, attaccata ad una stella. Ed ha saputo fare delle sue ferite delle feritoie attraverso cui guardare il mondo. È stata nel deserto, poi ha visto una goccia d’acqua, un fiore, e da allora non ha mai smesso di amare la vita, le persone, la musica, la danza, la pittura.

 

RA   E la dettatura?

MC Ti chiamava in ogni momento del giorno e della notte, non dovevi farti trovare impreparato. A volte la comunicazione non era nitida, ma se la interrompevi chiedendole di ripetere lei perdeva il filo, diceva che il poeta non va mai interrotto.  Poi ricominciava a dettare, ma non ripeteva mai gli stessi versi, erano sempre diversi. Dopo qualche giorno ti richiamava, e ricordava esattamente le parole definitive che ti aveva dettato. Le parole le rimanevano dentro. C’era una profonda identificazione tra la voce e la poesia, come se la scrittura ad un punto si fosse accasciata e avesse lasciato spazio alla voce.

 

Al termine della bellissima chiaccherata, Don Marco mi ha regalato un inedito di Alda Merini, dettagli dalla poetessa in data 27 dicembre 2004 e non ancora pubblicato. Non dovrebbe essere compreso nella nuova raccolta, e lo custodisco con grandissima emozione.

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